domenica 17 febbraio 2019

Quasi un altro addio

Quasi un altro addio.
- I nostri nonni erano personaggi di quella " Fontamara " che, Ignazio Silone, ha reso indimenticabili. La mia generazione ha cercato di cambiare qualcosa ma, a conti fatti, ha fatto più male che bene. Il '68 è stata una tragedia. Quello che è venuto dopo ancora peggio. Governare questo Paese è inutile. Di sconfitta in sconfitta, dopo essermi fatto un " culo come una callara " nella vita, mi ritrovo in una città che non mi appartiene, tra gente ostile e ladra, oltre che volgare, a cui dovrei raccontare il senso della vita? A questa gente non frega niente di niente e nessuno. Vivono come statue. Mi arrivano, nonostante tutte le barriere, i boatos di gente che dovrebbe essere rinchiusa in un recinto. Chi sono questi urlatori di professione? Questi perenni, eterni, insoddisfatti? Questi odiatori on demand?
I nomi sono sempre gli stessi: i cognomi anche. Ti assale una pena che non vuole svanire. Te la porti dentro.
Qualcuno li ha raccolti e li ha condotti, direttamente, alla Ragione.
Ma, anche in questo contesto, non vi è traccia di saggezza.
Solo parole; infinite e inutili parole al vento.
Questo è davvero un altro addio.
L'ultimo.
G.R.


sabato 16 febbraio 2019

Era ieri?

Era ieri?
- C'è stato un tempo - Bologna 2007 - in cui credemmo davvero che qualcosa si poteva cambiare - finalmente - nel nostro Paese. Era solo una illusione.
Come si può cambiare un Paese abitato da italians?
G.R.


venerdì 15 febbraio 2019

Lettera a un amico...mai nato

Carissimi africani, come va? 
Qui è l'Europa che vi parla! Da Bruxelles, avete presente?
Pensate che proprio da qui giusto un secolo e mezzo fa ci si divertiva a farvi lavorare gratis nelle piantagioni e nelle miniere per la maggior ricchezza di re Leopoldo, però dai, ragazzi, noi ci si conosceva già da parecchio prima: quando tutti insieme - inglesi, olandesi, portoghesi, spagnoli etc - abbiamo messo in catene 12 milioni di voi per venderli in America, e anche lì è stato un bel business. D'accordo, un paio di milioni ci sono rimasti durante la navigazione, ma pazienza: su quel lucrosissimo commercio triangolare abbiamo costruito la nostra rivoluzione industriale, quella che voi non avete avuto.
Poi però portarvi di là in catene non ci bastava più e allora abbiamo pensato di prendere direttamente le vostre terre, perché abbiamo scoperto che erano piene di roba che ci poteva essere utile. I francesi hanno iniziato dal nord e gli inglesi da sud, un po' di stragi a schioppettate ed è diventato tutto roba nostra. Anche i belgi, si diceva, si sono dati da fare, pensate che a un certo punto il loro impero era composto al 98 per cento di terre africane. Poi si sono mossi i tedeschi, infine gli italiani, insomma dopo un po' non c'era più un fazzoletto di continente che fosse vostro, che ridere.
A proposito degli italiani, come sempre sono arrivati ultimi, però si sono rifatti con il record di prima nazione al mondo che ha usato i gas sui civili, a un certo punto donne e bambini si ritrovavano dentro una nuvola di iprite e morivano a migliaia tra orrendi spasmi. «Mica vorranno che gli buttiamo giù confetti», disse il generale De Bono, che simpatico burlone. Il bello è che chi si trovava nei dintorni moriva anche una settimana dopo, il corpo pieno di devastanti piaghe, per aver bevuto l'acqua dei laghi piena di veleno, che fresconi che siete stati a non accorgervene.
Finito il colonialismo - ormai vi avevamo rubato quasi tutto, dai diamanti alle antiche pergamene amhare - non è che ci andasse proprio di levare le tende e allora abbiamo continuato a controllare la vostra politica e la vostra economia, riempiendo d'armi i dittatori che ci facevano contratti favorevoli, quindi comprando a un cazzo e un barattolo quello che ci serviva in Europa, devastando i vostri territori e imponendo le nostre multinazionali per quello che abbiamo deciso dovesse essere il vostro sviluppo. Voi creduloni ci siete cascati ancora e ci siamo divertiti così per un altro mezzo secolo.
Se poi un dittatore si montava un po' la testa e pensava di fare da solo, niente di grave: lo cambiavamo con un altro, dopo aver bombardato un po' di città e aver rifornito di cannoni le milizie che ci stavano simpatiche per massacrare quelle che ci stavano antipatiche. Del resto da qualche parte le mitragliatrici o i carrarmati che produciamo li dobbiamo pure piazzare, qui in Europa siamo in pace da settant'anni e mica possiamo rinunciare a un settore così florido.
Negli ultimi venti-trent'anni poi abbiamo creato un modello nuovo che si chiama iperconsumismo e globalizzazione, allora abbiamo scoperto che l'Africa era perfetta per comprarsi tutto quello che noi non volevamo più perché noi dovevamo possedere roba nuova e con più funzioni, così abbiamo trasformato il porto di Lomé in un immenso centro di svendita dei nostri vecchi telefonini e delle nostre vecchie tivù, tanto voi sciocchini vi comprate tutto pur di cercare di essere come noi.
Già che c'eravamo, abbiamo usato i vostri Paesi come discarica dei nostri prodotti elettronici ormai inutilizzabili, quelli che nemmeno voi potevate usare. Pensate che curiosa, la vita di un nostro accrocco digitale: inizia grazie al coltan per cui vi ammazzate nelle vostre miniere e finisce bruciando tra gas cancerogeni nelle vostre discariche; in mezzo ci siamo noi che intanto ci siamo divertiti o magari abbiamo scritto post come questo.
Insomma, ragazzi, siete nella merda fino al collo e ci siete da tre-quattrocento anni, ma a noi di avere avuto qualche ruolo in questa merda non importa proprio niente, non abbiamo voglia di pensarci e abbiamo altro da fare.
Negli ultimi tempi poi, con questa storia dei televisori, dei computer e delle parabole satellitari, purtroppo siete cascati in un altro increscioso equivoco, e cioè vi siete messi in testa che qui in Europa si sta meglio: ma come fa a venirvi in mente che vivere in una casa con l'acqua corrente e l'elettricità sia meglio di stare in mezzo al fango e tra quattro pareti di lamiera ondulata? Bah, che strani che siete. Anche questa cosa che avere un ospedale è meglio che morire di parto, o che uscire di casa a prendere un autobus sia meglio che uscire di casa e prendere una mina, o che mangiare tre volte al giorno sia meglio che morire di dissenteria per malnutrizione, che noia, mamma mia.
Così alcuni di voi, di solito i più sfigati, hanno iniziato a lasciare la baracca e le bombe per attraversare prima il deserto poi il mare e venire qui a rompere i coglioni a noi.
D'accordo, quelli che lo fanno alla fine sono poche decine di migliaia rispetto a oltre un miliardo di voi, perché non a tutti piace l'idea di morire nella sabbia o in acqua, e gli emigranti sono pochini anche rispetto a noi, che siamo mezzo miliardo, ma insomma, ve lo dobbiamo dire: ci stanno sui coglioni lo stesso e quindi non li vogliamo, perciò abbiamo deciso che devono tornare nel buco di culo di posto da cui vengono, anche se lì c'è la guerra, la fame, la malaria e tutto il resto di quelle cose lì. Tanto più che quelli che vengono qui mica stanno sempre bene, alcuni hanno pure la scabbia, e a noi non è che ci interessa perché hanno la scabbia, ci interessa che non vengano qui, è chiaro?
Concludendo, con tutta l'amicizia e senza nessun razzismo - ci mancherebbe, noi non siamo razzisti - dovreste gentilmente stare fuori dalle palle e vivere tutta la vita nell'inferno che vi abbiamo creato. E se fate i bravi, un lavoro in un cantiere di Addis o in una miniera di Mbomou per due dollari al giorno potete anche trovarlo, con un po' di culo, purché naturalmente a quella cifra lavoriate dieci ore dal lunedì al sabato a chiamata giornaliera, e non diciate troppo in giro quanta gente ci schiatta ogni giorno.
Se poi trasportate sacchi anche la domenica full time vi diamo qualcosa di più, così magari tra un po' potete comprarvi un altro nostro televisore di scarto, però - mi raccomando - da usare lì, nella baracca piena di merda di capra in cui vivete.
Contenti?


giovedì 14 febbraio 2019

#BARABBA: THE DREAM

#BARABBA: THE DREAM.
Il grande sogno di ottenere un minimo di giustizia sociale, l'eliminazione di privilegi assurdi e medioevali, è durato pochissimo. E' bastato dire al popolo, come fece Ponzio Pilato, chi volete VOI?
La risposta era scontata per chi, come noi, conosce il #popolo.
Hanno preferito, come sempre, essere governati e gestiti dai Ladri di ieri, di oggi e di domani. Gli stessi che ci hanno portato alla deriva sociale.
Complimenti agli infiniti #Barabba.
G.R.


lunedì 11 febbraio 2019

MALA TEMPORA CURRUNT

MALA TEMPORA CURRUNT.
Assuefatti al clientelismo, alla sofferenza, alla schiavitù morale, gli abruzzesi hanno scelto di votare per i Don Circostanza, i Don Pelino, i Notabili di sempre che, anche quando sono impresentabili, riescono a far eleggere le loro sconosciute mogli o amanti del momento. Chi poteva è restato a casa: oltre il 50%. Chi è iscritto alla lista dei #clientes si è dovuto presentare ai seggi. I favori si pagano. Sempre. Così non sapremo mai, durante tutta la nostra vita, se un Certificato d'identità è un nostro diritto o un favore elargito. Come non sapremo mai se abbiamo dei diritti ( come cittadini ) o se, tutto quanto accade intorno a noi, è solo un ennesimo favore dei #Notabili.
Siamo sempre rimasti seduti intorno a quel ruscello deviato per opportunismo.
Ma, chiaramente, sempre su due sponde diverse.
Dalle quali non usciremo mai.
G.R.



domenica 10 febbraio 2019

Un mondo senza religioni sarebbe migliore?

Si fa strada in modo neanche troppo sotterraneo l’idea che un mondo senza religioni, basato su un’etica esclusivamente laica, sarebbe certamente un mondo migliore. I credenti, secondo non meglio specificate statistiche, sarebbero ovunque in diminuzione, in modo non ancora significativo ma crescente e inarrestabile, il che farebbe ben sperare in un futuro di pace e progresso senza le religioni, portatrici per loro natura di violenza e di visioni superate che ostacolano il cammino della civiltà. Nell'era della globalizzazione, ci si aspetta, e qualcuno lo spera, un naturale progressivo dissolversi delle religioni a livello universale.
Non ci si riferisce al senso religioso in generale: sarebbe un po’ troppo! Difficile negare che l’uomo emerga storicamente come tale proprio nel momento in cui si riconosce proiettato verso un oltre.
Ciò che ci si augura è una religiosità esclusivamente privata, come sembrerebbero accettare, cosa che suona un po’ strana, persino gli Imam francesi, a giudicare da quanto scrivono in una lettera indirizzata ai musulmani francesi all'indomani degli attentati del 13 novembre: “Noi siamo dei francesi musulmani prima di essere dei musulmani francesi perché è la Francia che ci mette insieme. Di conseguenza la religione deve restare nel suo spazio privato perché la religione deve essere un fattore di pace e di fraternità……”
O magari una forma generica di religiosità, per cui ognuno può credere in ciò che gli pare oppure non credere. Una specie di utopia costruita semplicemente sulla ragione umana, che verrebbe così divinizzata. Un bel paradosso, e neanche tanto nuovo. È già successo in passato, con risultati disastrosi, autentici inferni. Intanto ne nasce una contraddizione insanabile: se ognuno può credere ciò che vuole, si dovrà anche ammettere la fede in una rivelazione, sennò diventa un’imposizione, cioè una violenza. Come se ne esce? In nome di una presunta libertà si finisce per escludere… la libertà. Già conosciuta, questa cosa, e non ha funzionato, anzi ha addirittura ottenuto il risultato opposto. Basta pensare all’esperienza radicale, nel senso che ha cercato di estirpare la fede alla radice, dell’Unione Sovietica, con il risultato di vederla risorgere ancor più luminosa, nonostante, o meglio grazie, al sangue di tanti martiri.
Questione cruciale è poi quella del rapporto con la Verità. La convinzione di essere nella Verità è pericolosa e causa di conflitti. Ma anche qui: può esistere una fede senza presunzione di verità? Sarebbe un nonsenso. Va da sé che la Verità è Verità, punto e basta. È un faro che deve guidare ogni genuina ricerca umana, che in quanto tale opera nei limiti del finito e può percorrere strade diverse, tutte autentiche quando non pretendono di costruire o addirittura inventare una propria verità. Lasciamo la risposta alle parole di Luigi Pareyson: la verità è unica e intemporale all’interno delle molteplici interpretazioni che se ne danno; ma una tale unicità che non si lascia compromettere dalla moltiplicazione delle prospettive non può essere che un’infinità che tutte le stimola e le alimenta senza lasciarsi esaurire da alcuna di esse…  la verità più come sorgente e origine che come oggetto di scoperta.[1]
Ovvio allora che nessuno debba pretendere di imporre un’interpretazione come l’unica vera.  Intanto perché ogni imposizione  è per sua natura violenta, e in quanto tale da condannare, ma anche perché impossibile. La fede è una persuasione interiore su cui nessuna volontà esterna può incidere, o addirittura nessuna volontà, nemmeno la propria.  Lo diceva bene già nel Seicento Locke nella sua Epistola de Tolerantia: nessuno può, anche volendo, credere in base ad una prescrizione altrui.  
D'altronde ci chiediamo: può esistere una fede se non come certezza superiore a qualunque ragionamento? In un Dio che si rivela, in un incontro che è esperienza o, perché no, nell'ateismo sincero di chi crede che Dio non esista ma non pretende di dimostrarlo? Impossibile. Ma, immaginandolo possibile, sarebbe auspicabile? Ne deriverebbe un mondo piatto, senza radici, che annulla il senso di appartenenza ad una tradizione e rinuncia alla bellezza delle differenze. Chi potrebbe volerlo? Sarebbe anche un mondo incapace di dialogare: fin troppo banale dirlo, un dialogo autentico può avvenire solo tra soggetti con un’identità forte. L’alternativa è un’acquetta incolore e insapore in cui tutto si confonde.
Un mondo senza fede è quindi impensabile e meno che mai desiderabile, ma altrettanto inaccettabile sarebbe una fede disgiunta dalla ragione. Il sentimento religioso e la capacità di ragionare sono costitutivi dell’uomo, nel senso che senza non sarebbe uomo. I problemi nascono quando fede e ragione si vivono come assoluti e tra loro separati. Il Cristianesimo è fin dalle origini unione di fede e ragione  (In principio era il Logos Gv 1,1). La Chiesa ha sempre affermato con risolutezza l’importanza del rapporto fede e ragione. Vale la pena rileggere, e in questo drammatico periodo più che mai, il discorso di Benedetto XVI all’Università di Ratisbona. E ascoltiamo anche papa Francesco, che ribadisce: «lo Spirito Santo ci dà questo regalo, un dono: l’intelligenza per capire e non perché altri mi dicano cosa succede». Intelligenza come luce, che tuttavia nessuno è in grado di darsi da sé.
Se la fede da sola ha in sé il germe dell’integralismo, anche la ragione che si sente autosufficiente corre grossi rischi: quello di cadere in un pericoloso soggettivismo individualistico, nemico di ogni possibile convivenza sociale, o all’opposto, nella sua dimensione collettiva, pretendere di costruire paradisi umani impossibili a realizzarsi senza annullare la libertà. Ancora Pareyson: “le costruzioni della ragione privata della verità prendono la mano all’uomo, e s’ingrandiscono sino a impadronirsene, e a esercitare su di lui un potere immane e terribile, in cui egli è ridotto alla più mostruosa delle schiavitù”.[2]
Conoscerete la Verità e la Verità vi farà liberi  (Gv 8,32).

sabato 9 febbraio 2019

VERSO LA FINE DEI GIORNI

Nel Talmud, nel trattato di Avodah Zarah, a pagina 9A, si afferma che il mondo come lo conosciamo esisterà soltanto per seimila anni o fino al sesto millennio (cfr Era messianica). Il calendario ebraico (luach) funziona completamente sull'assunto che quel tempo cominci con l'atto stesso della creazione di Adamo, l'uomo primigenio. Molte persone (specialmente Ebrei conservatori, gli Ebrei riformati oltre alla grande maggioranza dei cristiani) pensano che gli anni della Torah, o Bibbia ebraica, siano soltanto simbolici. Secondo agli antichi insegnamenti giudaici, sostenuti anche dagli odierni ebrei ortodossi, gli anni sono da considerare letteralmente e consistentemente nel tempo, di 24 ore al giorno (cfr Zmanim) e per una media di 365 giorni all'anno (cfr Festività ebraiche). Calibrazioni accurate vengono eseguite con gli anni mancanti, per rendere conto della differenza tra il calendario lunare ed il calendario solare, dal momento che il calendario ebraico si basa su entrambi i sistemi.
Dunque l'anno 2007 equivale a 5767 anni ebraici dalla creazione dell'uomo sul calendario ebraico attuale. In base a questo calcolo, la fine dei giorni avverrebbe poco prima o durante l'anno 2240
 (Anno 6000 del calendario ebraico: